L'università riformabile

L’esigenza di riformare l’università secondo criteri di efficienza e di produttività non viene messa in discussione da nessuno. Può darsi che per la maggioranza questa necessità si sia resa palese solo per effetto delle ristrettezze di bilancio.
4 NOV 08
Ultimo aggiornamento: 20:55 | 3 AGO 20
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L’esigenza di riformare l’università secondo criteri di efficienza e di produttività non viene messa in discussione da nessuno. Può darsi che per la maggioranza questa necessità si sia resa palese solo per effetto delle ristrettezze di bilancio; e che per l’opposizione invece si tratti di dare una copertura e uno sbocco alle agitazioni in corso. In ogni caso ora il tema è all’ordine del giorno e sarebbe utile che venisse affrontato attraverso un confronto aperto e se possibile costruttivo tra le varie impostazioni riformistiche. La scelta di uno strumento come il disegno di legge può essere utile, se naturalmente del maggior tempo che rende disponibile per la discussione si farà buon uso. Quel che conta è che le forze politiche diano voce all’interesse dei cittadini e soprattutto dei giovani ad avere una struttura accademica moderna, legata alle esigenze reali di crescita culturale, civile e produttiva. Se invece ci si culla nell’illusione che l’università possa autoriformarsi, ci si infila nel solito vicolo cieco.
Gli atenei italiani hanno una larga autonomia, ma l’hanno usata, salvo lodevoli eccezioni che vanno studiate e generalizzate, per autoperpetuarsi. L’estraneità, la supposta “superiorità” rispetto alle evoluzioni della società e dell’economia è stata teorizzata come base dell’autonomia culturale, in realtà a difesa di privilegi castali e sprechi clientelari. Il governo ha il dovere di esprimere la domanda sociale verso l’università, aprendo un confronto ma solo per arrivare a una riforma condivisa, non per dare spazio alle frenate conservatrici.